Chi sono | Una fotografa, dog mom e lettrice

Se vuoi saperne un po’ di più su di me:
una fotografa che ama i libri, i cani e che racconta la vita delle famiglie seguendo i fili nascosti che le tengono insieme.
Prima ancora di fotografare, credo di aver sempre osservato.
Le persone, le case, i gesti piccoli. Le cose che succedono in silenzio, o nel mezzo del caos, e che spesso sembrano normali solo perché le stiamo vivendo mentre accadono.
Per questo non riesco a pensare alle fotografie come immagini isolate. Per me somigliano più a pagine: pezzi di una storia più grande, capitoli di vita che, uno dopo l’altro, raccontano chi siamo stati, chi siamo diventati e chi abbiamo amato lungo la strada.
Mi chiamo Sveva, e la fotografia è entrata nella mia vita molto prima che io capissi di volerla trasformare in un lavoro.
In famiglia è sempre stata presente. Mio nonno fotografava mio papà, mio papà ha iniziato a fotografarmi da quando sono nata (dal giorno dopo anzi), reflex sempre al collo — una gliel’ho anche fatta cadere in mare da piccola, chissà che rabbia per lui!
La mia prima macchina fotografica l’ho ricevuta a otto anni: una compatta Yashica a pellicola, tutta automatica. Ci fotografavo di tutto: compagne di scuola, gite, animali, cieli enormi, orizzonti stortissimi. Non avevo occhio, ma avevo già qualcosa che mi spingeva a fermare quello che vedevo.

Negli anni la fotografia è rimasta con me, a volte più vicina, a volte in sottofondo. Ho studiato lingue e letterature straniere, ho amato le storie scritte prima ancora di capire che un giorno avrei provato a raccontarle anche con le immagini. Ho studiato fotografia a Milano, mi sono sentita fuori posto, incapace, piena di dubbi. Poi sono tornata in Friuli e per un po’ ho cercato strade che non erano davvero mie.
A un certo punto, durante un colloquio per un lavoro impiegatizio di data entry, una persona – il titolare dell’azienda con cui stavo parlando – mi ha detto una cosa semplice e brutale: “Tu sei una persona creativa, sei sprecata per questa posizione.”
Lì qualcosa si è mosso.
Non è stato tutto immediato, né lineare. Alla fine di un percorso di business management, creando il piano di business da presentare a fine corso, ho dato per la prima volta un nome al mio lavoro: si chiamava “Little Light Things”. Piccole cose luminose, piccole cose leggere. Quel nome oggi non esiste più, ma dentro c’era già molto di quello che mi porto ancora dietro: la luce, i dettagli, le cose piccole che piccole non sono mai davvero.
Oggi mi presento semplicemente come Sveva Angelini, fotografa. Le piccole cose luminose ci sono ancora, dentro di me.
Ma nella mia vita non c’è solo la fotografia.
C’è la letteratura, che mi ha insegnato a guardare le persone come storie complesse e non come immagini ferme. Ci sono stati la musica, il pianoforte, i cori, quella sensazione fisica delle armonie che si incastrano e fanno venire la pelle d’oca.

E poi c’è stato il roller derby. Uno sport di contatto sui pattini a rotelle, ruvido, intenso, femminista, dove per la prima volta ho visto davvero cosa significa dare spazio ai corpi senza chiedere loro di assomigliare a un modello. Ogni corpo ha una funzione. Ogni persona può trovare il suo modo di occupare spazio. Non devi essere piccola, delicata, composta, conforme. Devi esserci.
Credo che questa cosa sia entrata profondamente anche nel mio modo di fotografare. Quando lavoro con le donne, con le madri, con le famiglie, non mi interessa sistemare tutto perché sembri più accettabile. Non mi interessa rendere una donna più magra, più liscia, più vicina a un’idea di bellezza decisa da qualcun altro. Mi interessa molto di più quello che una persona porta con sé: il modo in cui sta nel proprio corpo, la fatica, la forza, la tenerezza, il modo in cui guarda chi ama.
Le cose troppo perfette non mi stuzzicano. Le cose vive, invece, mi restano addosso. Forse è anche per questo che amo così tanto fotografare le famiglie. Non perché siano ordinate, tranquille, sempre sorridenti o sempre pronte. Ma perché sono vive. Cambiano continuamente. Si costruiscono nei gesti ripetuti, nelle giornate storte, nelle mani che cercano altre mani, nei bambini che crescono mentre noi siamo distratti a fare la spesa, lavorare, rispondere ai messaggi, sopravvivere alla settimana.
Ho capito che questa sarebbe stata la mia strada dopo il mio primo servizio maternity.
Rivedendo quelle immagini ho sentito una cosa molto chiara: volevo raccontare storie così. Volevo fotografare quei passaggi della vita in cui qualcosa cambia, prende forma, si sposta per sempre. La maternità, i primi giorni con un bambino, la crescita, i legami familiari, le donne che attraversano una fase nuova e cercano un modo per riconoscersi dentro quel cambiamento.
Non so se questo lavoro mi chiami così tanto anche perché il desiderio di maternità, nella mia vita, esiste ed è ancora lì, in attesa di compiersi. So solo che quando fotografo una madre, una famiglia, un bambino appena nato, non lo vivo mai come “un servizio qualsiasi”. C’è sempre qualcosa che mi parla, anche se quella storia non è la mia.
Il mio studio si trova a Sagrado, in quella che un tempo era la casa di mia nonna.

Non è un dettaglio secondario per me. È un luogo che porta dentro una storia familiare, e forse anche per questo ho voluto che restasse uno spazio accogliente, semplice, non troppo formale. Mi piace pensare che chi entra non si senta in uno studio fotografico “freddo”, ma in un posto dove può quasi sentirsi a casa. Fra il cinguettio degli uccelli in giardino, l’occasionale gatto curioso che si affaccia alla finestra, e il silenzio calmo della zona, spesso e volentieri non uso nemmeno la musica quando scattiamo.
Amo moltissimo lavorare anche a domicilio. Entrare in casa di una famiglia non è mai una cosa neutra: significa essere accolta in uno spazio privato, tra oggetti, abitudini, disordine, luce vera. Quando qualcuno sente di potersi fidare e mi apre quella porta, per me è un dono grande e prezioso. Lo tratto come tale.
Quindi no, non sono la fotografa che cerca di trasformarvi in qualcosa che non siete. Sono più interessata a capire cosa succede tra voi.
A volte è un abbraccio. A volte è un bambino che scappa. A volte è una donna che non si sente pronta, ma decide comunque di esserci.
A volte è una casa piena di giochi, cani, tazze, panni da piegare e vita. Ed è lì che, quasi sempre, iniziano le fotografie che mi interessano davvero. Quelle che non cercano di dimostrare niente, ma che, col tempo, possono ricordarvi qualcosa di molto più importante: che eravate lì, insieme. E che tutto questo meritava di essere visto.
Nella mia vita c’è anche Jojo, che mi ricorda ogni giorno una cosa molto semplice: le famiglie non sono fatte solo di persone ordinate dentro una fotografia. A volte hanno zampe, peli sui vestiti, code agitate e un posto enorme nel cuore.
Forse è anche per questo che amo quando nei servizi entrano anche i cani (e non solo) : non come accessorio, ma come parte della storia.

La mia formazione
E poi sì, c’è anche la parte più tecnica: lo studio, la formazione, i corsi, tutto quello che mi permette di lavorare con attenzione e responsabilità.
- 2007 – Diploma di Liceo Classico “Dante Alighieri” – Gorizia
- 2012 – Laurea triennale in Lingue e Letterature straniere – Università degli Studi di Udine
- 2013 – Master Globale di fotografia professionale – Accademia di fotografia John Kaverdash – Milano
- 2016 – Tecniche di contabilità – EnaiP Gorizia
- 2018 – Corso di Business Management – Job & School Monfalcone
- 2025 – Corso di fotografia Newborn – Newborn Academy (tenuto da Mauro Aluffi e Angelica Casaccia)
- 2025 – Corso “Fotografia delle emozioni” – Maternity, Newborn e Famiglia – Laetitia Farellacci
- 2026 – Corso “Metodo Kronos” – Framemaker photography – Denise Santaera
- 2026 – Consulenze branding e marketing con Eccentrico Studio

