“Non so cosa fare davanti alla fotocamera”: perché è normale sentirsi così

maternity - outdoor, seaside, early spring

Prima di un servizio fotografico non devi sapere già come stare: il mio lavoro è creare le condizioni perché tu possa riconoscerti nelle immagini.

portrait in the mirror

Poco tempo fa mi sono messa anch’io davanti alla fotocamera. La mia collega e amica Ingrid mi ha fotografata per una serie di immagini dedicate al mio branding personale e, mentre ero lì, mi sono ricordata una cosa molto semplice: stare davanti a un obiettivo non è mai del tutto neutro.

Io mi sono sentita tranquilla perché sapevo chi avevo davanti, avevamo già immaginato insieme il tipo di lavoro che volevamo fare e avevo chiaro il senso di quelle fotografie. Non era solo una questione di “sentirmi a mio agio”: c’era una direzione.

Ed è proprio da qui che voglio partire: senza una direzione, è normalissimo sentirsi in imbarazzo davanti a una fotocamera. All’improvviso ti sembra di dover sapere dove mettere le mani, come guardare, che faccia fare, come stare. E più ci pensi, più tutto diventa strano.

Non sei tu il problema

Una delle frasi che sento più spesso prima di un servizio fotografico è: “Non so cosa fare davanti alla macchina fotografica.”

A volte arriva detta ridendo, quasi per alleggerire. Altre volte è una vera preoccupazione. C’è chi teme di irrigidirsi, chi pensa di non essere fotogenica, chi ha paura di non riconoscersi nelle immagini, chi mi avvisa subito: “Guarda, noi non siamo tipi da foto.”

E io lo capisco benissimo. Quando qualcuno ci guarda con attenzione, anche solo attraverso una lente, diventiamo improvvisamente consapevoli di tutto: le mani, la schiena, il sorriso, il profilo, il modo in cui ci muoviamo, perfino il modo in cui respiriamo. È come se la fotocamera accendesse una piccola spia interna: “Oddio, adesso cosa faccio?”

Ma il punto è questo: se ti senti bloccata davanti alla fotocamera, non significa che tu non sia portata per le foto. Molto spesso significa solo che nessuno ti ha mai accompagnata davvero dentro quel momento. E questa è una differenza enorme.

Un servizio fotografico non dovrebbe lasciarti da sola

Per me fotografare non significa metterti davanti a una luce bella, dirti “sorridi” e sperare che succeda qualcosa. Quello può funzionare per due minuti, forse. Poi però arriva il vuoto. Quello in cui ti chiedi se stai facendo bene, se sembri rigida, se hai una faccia strana, se il bambino collabora, se il tuo compagno si sente fuori posto, se questa cosa sia davvero adatta a voi.

Il mio lavoro comincia molto prima dello scatto, quando mi racconti chi siete, che momento state vivendo, cosa vi ha portati a desiderare queste fotografie. Comincia quando scegliamo insieme il luogo, il ritmo, i colori, gli abiti, le cose importanti da tenere presenti. E quando cerco di capire se per voi ha più senso uno spazio raccolto, una casa vissuta, il mio studio a Sagrado, o un luogo all’aperto dove muovervi con più libertà. Non preparo tutto per controllare ogni cosa. Sarebbe impossibile, soprattutto con i bambini. Preparo per creare una base solida. Perché se io so dove voglio portarvi, voi non dovete arrivare sapendo già cosa fare.

Non devi sapere dove mettere le mani

Questa forse è una delle paure più comuni: “E poi cosa faccio con le mani?”

La risposta vera è: non devi saperlo prima. Durante un servizio fotografico ti guido, ma non ti trasformo in una lista di istruzioni da eseguire. Non mi interessa farti assumere una forma precisa e tenerti lì finché tutto sembra tecnicamente corretto. Mi interessa osservare cosa succede quando inizi a stare dentro la situazione con un po’ più di fiducia.

Ti potrei chiedere di avvicinarti a tuo figlio, o di guardare il tuo compagno. Sistemare un vestito, respirare, camminare, prendere in braccio il bambino, lasciare che venga da te, sederti, cambiare posizione, seguire una luce. Sono indicazioni semplici, ma servono a toglierti da quella sensazione terribile di essere “in vetrina”. Perché una persona lasciata ferma davanti alla fotocamera spesso si irrigidisce. Una persona accompagnata dentro un gesto, invece, piano piano smette di chiedersi cosa dovrebbe sembrare e ricomincia a stare. E quasi sempre, ti dirò: “State fra di voi…io non ci sono!”

La direzione non toglie spontaneità, la rende possibile

So che molte persone hanno paura che un servizio fotografico guidato diventi troppo impostato. In realtà, per me è quasi il contrario, e l’ho capito negli anni.

Fino a un pò di tempo fa temevo di parlare di direzione, progettazione, costruzione del servizio. Avevo paura cozzasse con il mio desiderio di creare immagini naturali e spontanee delle vostre famiglie. Poi con l’esperienza ho realizzato quanto invece una struttura solida possa rendere più naturale e scorrevole un servizio.

Una buona direzione non serve a costruire qualcosa di finto, ma a creare le condizioni perché qualcosa possa accadere senza che tu ti senta abbandonata davanti all’obiettivo.

È un po’ come quando entri in una stanza dove non conosci nessuno: se qualcuno ti accoglie, ti presenta, ti offre un punto da cui partire, piano piano ti sciogli. Se invece ti lascia in mezzo alla stanza e basta, è molto più facile sentirsi fuori posto.

Per me il servizio fotografico funziona allo stesso modo.

Io ti accompagno, ti do riferimenti, tengo insieme luce, spazio, tempi, bambini, energie, pause, dettagli. Poi, dentro quella struttura, lascio che le cose succedano.

Un bambino che cerca la mano della mamma.
Un cane che si infila nella scena perché, giustamente, anche lui fa parte della famiglia.
Una risata che parte dopo un momento di imbarazzo.
Una donna in gravidanza che, a un certo punto, smette di controllarsi e si concede di stare lì, in quel corpo che sta cambiando tutto.
Due genitori stanchi, magari spettinati, magari un po’ increduli, che guardano il loro neonato e sembrano dirsi senza parole: “È successo davvero.”

Queste cose non si comandano. Però si possono accogliere.

Vale in ogni servizio, in modi diversi.

Questo vale in ogni servizio, anche se ogni situazione ha il suo ritmo.

Con i bambini, ad esempio, non mi aspetto che stiano fermi o che facciano esattamente quello che abbiamo immaginato. Cerco piuttosto di costruire una situazione in cui possano muoversi, esplorare, cercare i genitori, prendersi una pausa se serve.

In maternità, invece, spesso la difficoltà non riguarda solo la fotocamera, ma anche il corpo che cambia e il modo in cui ti vedi in quel momento. Non serve vivere la gravidanza come una favola perfetta per poterla fotografare: possiamo partire da quello che c’è, anche se è complesso.

Nel newborn il ritmo è ancora diverso: ci sono pause, fame, braccia, sonno, pianti, fratellini che entrano ed escono dalla scena. Anche qui non serve che tutto fili liscio. Serve che ci sia cura, tempo e spazio per rispettare quello che sta succedendo.

Prima ascolto, poi fotografo

Questa frase per me è centrale: prima ascolto, poi fotografo.

Non perché lo scatto sia secondario, ma perché lo scatto arriva meglio quando prima ho capito qualcosa di voi.

Che fase state vivendo.
Che tipo di immagini desiderate.
Che cosa vi mette a disagio.
Che cosa invece vi fa sentire più vicini.
Che ruolo ha la casa, il corpo, il tempo, la famiglia, il bambino, il cane, la relazione che state attraversando.

Ogni servizio ha una parte visibile e una parte invisibile.

La parte visibile sono le fotografie.
La parte invisibile è tutto quello che permette a quelle fotografie di esistere: la preparazione, le domande, la scelta dello spazio, la cura dei tempi, la fiducia che si costruisce, anche poco alla volta. Per questo, quando mi dici “non so cosa fare davanti alla fotocamera”, per me non è un problema. È semplicemente un punto di partenza.

Essere pronti non vuol dire sapere già tutto.

Non devi arrivare sapendo già come muoverti.
Non devi sapere che faccia fare.
Non devi avere figli collaborativi, una casa perfetta, un corpo che senti sempre tuo, un compagno disinvolto o una sicurezza granitica davanti all’obiettivo.

Quando arriviamo al giorno del servizio avremo già parlato di tante cose insieme, e tu dovrai solo essere presente e disponibile ad affidarti a me.

Il resto lo costruiamo insieme.


Se senti il desiderio di fare un servizio fotografico, ma una parte di te pensa “non saprei proprio come stare davanti alla fotocamera”, sappi che non sei l’unica.

Anzi, probabilmente parti esattamente dal posto giusto.

Se stai pensando a un servizio fotografico di maternità, newborn, famiglia o ritratto e ti riconosci in questa paura, possiamo partire proprio da qui.

Raccontami cosa ti mette in difficoltà, cosa desideri ricordare e che tipo di immagini vorresti costruire. Non serve arrivare con le idee chiarissime: iniziamo da una conversazione.


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