Un ricordo d’infanzia a Grado, tra campeggio, biciclette e spiagge vuote, per raccontare una parte importante del mio sguardo: quello che oggi porto nei servizi fotografici.
Da bimba passavo le estati in campeggio a Grado.
Se chiudo gli occhi, riesco ancora a rivedere certi dettagli con una precisione quasi buffa: la bicicletta rosa e verde, le ciabatte sempre un po’ grandi, la roulotte con le tende arancioni, i giri infiniti tra le piazzole per il puro piacere di andare in bicicletta.
Mi ricordo i mercatini improvvisati con gli altri bambini, dove vendevamo sorprese Kinder, braccialetti, piccoli oggetti trovati chissà dove e perfino i libri Harmony di una nonna dei miei amichetti. Mi ricordo il gelato con qualche immancabile granello di sabbia, le ginocchia sbucciate, i capelli spettinati dal vento, quelle giornate lunghissime in cui sembrava che il tempo non finisse mai.
Insomma, una normalissima infanzia.
Il ricordo di una spiaggia vuota
Tra tutti quei ricordi, però, ce n’è uno che è rimasto più forte degli altri. Non era un momento speciale, almeno non in apparenza. Non c’era una grande avventura, non c’era una festa, non c’era qualcosa da raccontare tornando a casa.
C’ero io, semplicemente, che riuscivo già allora a ritagliarmi un piccolo momento di solitudine.
Le mattine in cui mi svegliavo presto, il piacere più grande era uscire dalla roulotte da sola, prendere la bicicletta e andare a vedere il mare. Non “andare in spiaggia”, non “andare a fare il bagno”, non “andare a giocare”.
Andare a vedere il mare.

C’era qualcosa che mi attirava soprattutto quando il tempo non era bello. Quando il cielo era grigio, l’aria più fresca, il vento ancora presente e la spiaggia quasi vuota. Nessuno aveva troppa voglia di andarci presto. Nemmeno le signore anziane incartapecorite che sapevano di posacenere e che, di solito, sembravano arrivare prima di tutti.
Io invece amavo proprio quel momento lì. Potevo stare sulla spiaggia vuota, con i piedi infilati nella sabbia ancora fredda dalla notte precedente, magari bagnata di pioggia, e godermi tutto quel vuoto.
Mi piaceva guardare le piccole onde increspate dal vento, i mucchi di alghe lasciati sulla riva, i gabbiani che prendevano le correnti e poi si tuffavano quasi a sfiorare l’acqua. Mi piaceva quel silenzio strano che fa il vento quando si calma per un attimo. Mi piaceva il profumo di mare che avvolgeva tutto.
Erano dettagli semplici. Piccoli. Per molti, probabilmente, insignificanti.
Per me erano un mondo intero.
Appena arrivava la prima signora temeraria, o appena faceva troppo caldo per restare con la felpa, riprendevo la bici e tornavo alla roulotte per fare colazione. A volte andavo anche a prendere le brioche per la mattina, con quella soddisfazione enorme che si prova da bambini quando si fa qualcosa “da grandi”.
Da quel modo di guardare nasce anche il mio modo di fotografare
Ci ho pensato spesso, ultimamente. Perché quel modo di guardare il mondo non mi ha mai lasciata davvero.
È cambiato, certo. Sono cresciuta, sono cambiati i luoghi, le persone, le giornate. Ma quella cosa lì, quel bisogno di fermarmi a osservare le piccole cose, è rimasto. Ed è una parte molto importante del mio modo di fotografare.
Quando fotografo una coppia, una famiglia, una mamma in attesa, un neonato, non cerco solo l’immagine bella. Quella conta, certo. Ma da sola non basta. Quello che cerco davvero è quel movimento piccolo che racconta qualcosa.

Il modo in cui due persone si guardano quando pensano che nessuno le stia osservando. Una mano che cerca un’altra mano. Un bambino che corre via e poi torna indietro. Una risata che cambia completamente uno sguardo. Le braccia di una mamma che diventano il posto più sicuro del mondo. Un abbraccio piccolo, magari scomposto, magari velocissimo, che però contiene più verità di qualsiasi posa perfetta.
Sono cose che succedono piano, spesso in mezzo al resto. E forse proprio per questo mi interessano tanto.
Fotografie di famiglia fatte di gesti, relazione e presenza
Per me fotografare una famiglia non significa soltanto mettere insieme delle persone davanti all’obiettivo. Significa osservare come stanno insieme. Come si cercano. Come si tengono. Come ridono. Come si distraggono. Come un bambino si aggrappa a una maglia, come una mamma sistema un ciuffo senza pensarci, come un papà guarda suo figlio mentre nessuno gli sta chiedendo di sorridere.
Sono gesti piccoli, ma sono spesso quelli che, col tempo, diventano memoria.
Perché non sempre i ricordi più importanti sono quelli evidenti. A volte sono nascosti in un dettaglio, in un’atmosfera, in un modo preciso di abitare un momento.

A volte stanno nel modo in cui una bambina guarda il mare in una mattina grigia.
A volte stanno nel modo in cui un figlio si rifugia tra le braccia della mamma.
A volte stanno in una mano appoggiata su una pancia, in un cane che si infila nella foto, in una risata venuta male ma sentita davvero.
Le fotografie che restano
Il mio lavoro, per come lo vivo io, è anche questo: restare abbastanza presente da accorgermi di quei dettagli. Non per trasformare ogni momento in qualcosa di perfetto, ma per riconoscere quello che c’è già. Perché le fotografie che restano non sono sempre quelle più ordinate, più composte, più impeccabili.
Spesso sono quelle in cui riconosciamo qualcosa di nostro: un modo di stare insieme, un’abitudine, un’età precisa dei figli, una stagione della vita, un pezzo di casa, un gesto che magari, senza una fotografia, avremmo dimenticato.
Forse fotografo ancora da lì.
Da quella bambina con i dentoni, gli occhiali rosa e verde, la felpa addosso e la bici pronta fuori dalla roulotte.
Da quella bambina che usciva presto, quando la spiaggia era ancora vuota, e andava solo a vedere il mare.
